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LA SPECIE DI LUCY ERA POLIGAMA: UNA NUOVA PISTA IN TANZANIA

Ricostruzione di Laetoli in Tanzania

Nuove orme dei primi ominidi bipedi rinvenute a Laetoli in Tanzania indicano significanti variazioni nelle dimensioni del corpo tra gli antenati di 3,65 milioni di anni fa e suggeriscono una nuova comprensione del loro comportamento sociale. La scoperta è pubblicata su eLife, prestigiosa rivista scientifica Open Access

Le ossa fossili e i denti ci dicono molto sui vari aspetti della evoluzione umana, ma le impronte sono una cosa diversa. Le impronte dei piedi sono rare: possono essere lasciate nel terreno, conservate nel corso del tempo e alla fine scoperte milioni di anni dopo quasi per caso. Come un riflettore su una scena preistorica, queste tracce fossili ci forniscono i dati sulla biomeccanica della locomozione e sulle dimensioni del corpo delle creature estinte, e rivelano la diversità tra gli individui, spiegandone anche le strategie riproduttive.

Una nuova pista è stato rinvenuta a Laetoli, nell’Area di conservazione di Ngorongoro nel nord della Tanzania, a opera di un gruppo di ricercatori dell’Università di Dar er Salaam in collaborazione con scienziati delle università di Perugia, Pisa, Firenze e della Sapienza Università di Roma. Si tratta della stessa zona dove il leggendario Mary Leakey e il suo team di ricercatori hanno scoperto alla fine del 1970 una pista di più di 3,6 milioni di anni fa, comunemente attribuito all’Australopithecus afarensis (le specie della celebre Lucy). Nella nuova pista, circondati da decine di impronte di altri mammiferi e uccelli e da quelle delle gocce di pioggia, sono state rinvenute le orme di due individui bipedi che camminano sulla stessa paleo-superficie, allo stesso tempo e nella stessa direzione, e a una velocità moderata simile a quella documentata alla fine del 1970. La storia che esce fuori, considerata a questo punto nel suo complesso, ci restituisce l’immagine di ominidi bipedi che si muovono in gruppo, dopo una eruzione vulcanica e una successiva pioggia. Inoltre, le impronte di uno dei nuovi individui sono sorprendentemente più grandi di chiunque altro nel gruppo, suggerendo che era un grande maschio della specie. La dimensione eccezionale del corpo fa di lui il più grande esemplare Australopithecus afarensis identificato finora.

La conclusione è che tra gli individui di Laetoli c’erano un maschio, due o tre femmine, e uno o due individui giovani. Ciò suggerisce che la rappresentazione tradizionale che ci aveva lasciato la pista del 1970 di un coppia di Australopithecus, che camminava romanticamente a braccetto e seguita dal loro bambino, può essere oggi fuorviante. Al contrario, sia la nuova composizione del gruppo e sia l'impressionante differenza di dimensioni del corpo suggerita dalle grandi orme nella pista di Laetoli conducono a un notevole dimorfismo sessuale nell’Australopithecus afarensis. Inoltre, questa proiezione evidenzia un’organizzazione sociale e strategie riproduttive più vicine ai gorilla poligami rispetto ad altre specie moderatamente dimorfe, come gli scimpanzé e i bonobo promiscui, o la maggior parte degli esseri umani esistenti e probabilmente di quelli estinti.

La notizia è citata dal National Geographic tra le più importanti scoperte del 2016.

La ricerca fa parte delle attività della missione “Studio e valorizzazione di siti paleoantropologici plio-pleistocenici della Tanzania settentrionale (Olduvai e Laetoli)”, che ha ottenuto il riconoscimento ufficiale del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale (ARC-001447 – 0110739/18) e della quale è direttore Giorgio Manzi.