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Medea di Euripide

Traduzione, adattamento e regia
Giovanni Greco
con la partecipazione degli studenti di Theatron – Teatro antico alla Sapienza
Coordinamento
Anna Maria Belardinelli
Laboratorio di traduzione
Roberta Carlesimo, Stefano Ceccarelli, Andrea Coghene, Isabella Goglia, Francesco Messina, Francesca Pariti
Laboratorio di messa in scena
Giacoma Bafera, Eleonora Bucci, Camilla De Bartolomeo, Marco De Francesca, Alberto Melone, Patrizia Misiuda Rewera, Eleonora Pace, Roberta Prili, Francesco Rizzo, Maria Chiara Tofone, Alice Valente Visco, Claudia Zappia
Spazio scenico e costumi
Tiziana Amicuzi
Foto di scena
Carlo Taccari e Leonardo Giustini
Musiche originali composte ed eseguite da
Daniela Troilo
Contrabbasso
Andrea Avena
Percussioni
Maurizio Lampugnani

Il mito di Medea è esemplare. Funziona come mito crudele, in quanto discorso sulla differenza, che moltiplica la differenza: Medea è l’Altro/a, lo Straniero/a, la maga che tra-duce, trasforma e tradisce. Ma Medea stessa è tradotta, tradita, trasformata. La sua lingua, i suoi comportamenti suonano ‘barbari’, cioè balbettanti: l'avvicinamento alla contemporaneità si pone nei termini di una figura anomala, fratricida, regicida, infanticida, maga, cioè né umana né divina, che alla fine non paga per le sue 'colpe'. I laboratori e la messa in scena si sono concentrati proprio su questa anomalia, per mettere in scena questa diversità irriducibile, questa lucida follia, questa disperata speranza che è quella dei nostri tempi xenofobi, claustrofobici, impauriti che non sanno rapportarsi all'Altro se non in termini emergenziali, razzistici quando non di rimozione.
Lo spettacolo ricontestualizza la vicenda mitica all’interno di un banchetto nuziale, che rappresenta l’origine di tutti i mali: quel matrimonio tra Medea e Giasone, che il nuovo matrimonio di Giasone con la figlia del re di Corinto, Creonte, rievoca e tradisce. Questo banchetto festoso e poi tradito si trasformerà alla fine, con l’uccisone dei figli da parte di Medea, in un banchetto funebre: l’amore e la morte si alternano e si confondono, la festa diventa compianto, il coro dei convitati a banchetto che coinvolge anche il pubblico diventa coro di lamento terribile per la morte dei piccoli.
La musica e il canto, in questo senso, composte per l’occasione, sono improntate a sonorità etniche ed esotiche nella sottolineatura degli aspetti ‘barbarici’ di una passione che diventa morte, di una marcia nuziale che diventa marcia funebre. L’ambientazione dello spettacolo nasce, come quell’antica, open air, ma l’impostazione del lavoro ne fa uno spettacolo flessibile ad ogni spazio, aperto o chiuso, all’italiana o all’antica, secondo un’interpretazione ibrida, multipla, di contaminazione tra antico e moderno, tra passato e futuro che si intende proporre di questa Medea di Euripide.

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